Chiesa del Gesù Per tutti

La bellezza sotto i piedi

di Lella Ginocchio

Quando si entra in una Chiesa solitamente si tende a guardarne le altezze, gli occhi inevitabilmente  si alzano perché tutto è concepito per levare gli animi. Le diverse architetture studiano questo catturare di sguardi e attirano i fedeli verso soffitti, volte, cupole, affreschi e vetrate immense, colonne ed altari che tendono verso l’alto, l’Altissimo. 

Da sempre io, invece, sono stata attratta in modo particolare dai pavimenti.

Passando i portali, la prima cosa su cui poso lo sguardo è proprio dove appoggio i piedi. Mi colpisce ogni volta la cura impressionante che l’architettura del sacro dedica al suolo, al basso, al punto di partenza. 

A volte la pavimentazione è così straordinaria che toglie letteralmente il fiato. Marmi, mosaici, pietre e persino il grezzo legno di alcune chiese francescane sa trasmettere messaggi molto forti.

A Genova, le chiese del nostro centro storico sono quasi tutte rivestite in ardesia e marmo e parlano di sobrietà ed eleganza. Le lastre bianche e nere posizionate a scacchi riprendono le righe delle facciate esterne. Alcune altre, antiche chiese gentilizie, sono invece tappezzate da marmoree lapidi funerarie con incisi nomi di illustri personaggi di nobili famiglie, ormai quasi cancellati dal calpestio di secoli. 

Ma il Barocco della centralissima Chiesa del Gesù sa donare a chi entra una forte lezione di bellezza e spiritualità. E’ un gigantesco tappeto marmoreo, un gioco di intarsi di pregiate pietre policrome, cui noi genovesi non siamo abituati. Nulla è lasciato spoglio, tutto è decorato con motivi geometrici e floreali. Marmi bianchi di Carrara, porfidi verdi e rossi, diaspri di Sicilia sono tagliati ed incastonati in un trionfo di vera arte. 

E mi fermo al pavimento.

Entro e, come sempre, vado a cercare il solito posto per sedermi. Non ho mai capito se questa è mera abitudine o un qualche bisogno di sicurezza. Lo sguardo immediatamente si abbassa, segue i disegni dei marmi, perché elevarlo è quasi troppo e temo di non riuscire a reggere tanta bellezza. 

Mi inteneriscono i bambini che, annoiandosi durante la messa, sanno improvvisare giochi, passi e saltelli numerati su queste pietre ed io, ogni volta, invidio quel loro mondo di stupore e semplicità.

Penso a come vorrei eliminare tutte le panche e le sedie che coprono in gran parte questi intarsi. Una volta erano liberi, dovevano essere ben visibili, ma non come ostentazione di lusso. 

Questi pavimenti non significano fastosità. Essi sono nati per essere vera Liturgia, sembrerà strano ma sono Umiltà, un invito ad abbassare lo sguardo, ad inginocchiare il cuore e a vedere riflessa la luce del Mistero che si dona sull’altare. 

C’è persino una strana mattonella nella navata laterale, proprio dove vado a cercare il posto per sedermi. E’ l’immagine, di certo simbolica, di uno scheletro che emerge. E’ molto particolare e spesso ha attirato la mia curiosità e distrazione. Non ha nulla di macabro, anzi credo voglia ricondursi alla profezia di Ezechiele sulle ossa inaridite e poi risorte. A guardarlo bene, da un lato sembra tenere in mano un’arma, ma nell’altra mano? Con la mente contorta dell’uomo moderno potrebbe sembrare persino un cellulare…  I bambini che gironzolano, spesso si fermano a guardarlo e indicando proprio quella mano, incapaci di parlare sottovoce, chiedono spiegazioni ai genitori… mi piacerebbe davvero ascoltare le loro risposte.

Un giorno in piena estate confesso di essere entrata in questa chiesa più per cercare refrigerio dalla calura e dall’afa che per pura devozione.  Mi sono seduta in una panca e per dare sollievo ai piedi stanchi mi sono tolta entrambe le scarpe. Quel gelido meraviglioso marmo intrecciato era una goduria incredibile. 

Poi, come spesso accade, lo sguardo dal basso riesce ad alzarsi, la mente accoglie lo Spirito che soffia anche se tu non lo cerchi. La Parola si fa spazio e trova posto in un angolo di te. 

Stare scalza era lasciare fuori lo spazio del quotidiano, essere senza difesa e protezione. Era aderire  alla strada per riuscire davvero ad entrare nell’Altro.

Da quel pavimento salì allora chiaro un versetto, un episodio, il dialogo di Mosè al roveto ardente:
“Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo…Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è una terra santa!” (Esodo 3).